Un futuro sostenibile per il porto di Venezia

di Giampietro Pizzo —

La polemica di questi giorni sullo scavo del Canale dei Petroli come unica condizione per assicurare il futuro del porto mercantile rivela purtroppo una mancanza di visione e di strategia politica per l’economia dell’intero territorio di Venezia.

La sterile contrapposizione tra ambiente e lavoro va una volta per tutte superata.Chi dipinge le associazioni cittadine e ambientaliste come nemiche dell’economia e del lavoro è in cattiva fede.

E’ tempo di fare sul serio: in Europa la questione della sostenibilità ambientale ed economica dei porti è stata affrontata da tempo. Si pensi ai porti di Amburgo e di Rotterdam: in quelle città gli investimenti e lo sviluppo delle banchine e delle infrastrutture sono stati concentrati sul litorale marino e fuori dall’insediamento urbano.

E’ tempo che anche a Venezia si cominci a ragionare seriamente su come dotare la città di un porto mercantile a mare in grado di competere seriamente con le altre destinazioni europee e questo nel quadro di un programma di cooperazione portuale e logistica con gli altri porti italiani dell’Alto Adriatico, Trieste e Ravenna.

Sono già disponibili alcune ipotesi di progetto per la realizzazione di un porto offshore (Paolo Costa) e fuori dalla Laguna (Alessandro Santi). Il tema non è quello di essere tifosi di questo o quel progetto – pena riprodurre il pessimo spettacolo del balletto sui progetti alternativi per le Grandi Navi che ha paralizzato l’applicazione del Decreto Clini-Passera – ma di avviare un ragionamento serio sulle condizioni di realizzazione di questi improrogabili investimenti infrastrutturali.

Venezia (con tutta la terraferma produttiva alle spalle) ha bisogno di un porto a mare che consenta di ridurre il traffico intralagunare limitandolo al transito delle navi di medio e basso tonnellaggio, ma ha bisogno di farlo all’interno di un’azione coordinata e cooperativa tra le istituzioni pubbliche e gli operatori economici privati.

Un porto a mare significa un ripensamento complessivo della struttura portuale esistente; significa la realizzazione di nuove connessioni ferroviarie che riducano l’impatto della congestione del traffico su gomma; significa pensare finalmente una riorganizzazione del retro porto e delle lavorazioni portuali, in collegamento con gli altri interporti regionali (Padova e Rovigo tra gli altri).

Scontiamo tuttavia, da molti anni, una prospettiva quantomeno miope nella pianificazione portuale. Non solo quella veneziana risale alla metà del secolo scorso, ma neppure si è approfittato della riforma delle autorità portuali per pensare a una soluzione davvero cooperativa per i porti altoadriatici, da Ravenna a Trieste. Anche l’attuale formulazione dell’approvando Piano Regionale dei Trasporti non pare dare ancora indicazioni adeguate.

La Valutazione d’Impatto Ambientale sarà comunque lo snodo per far sì che un futuro porto sia davvero sostenibile, a basso impatto e capace di avere un eventuale sviluppo modulare.

Promuovere la salvaguardia della Laguna è dovere di ogni veneziano e di ogni cittadino del mondo; lavorare per un’economia ambientalmente sostenibile è non solo auspicabile ma rappresenta l’unica opportunità per accrescere il benessere e la stabilità economica dell’intera comunità, nello spirito delle politiche europee annunciate dalla nuova presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen.

Le risorse finanziarie per questo tipo di progetti non mancheranno se si tratterà di iniziative di qualità e rispettose degli standard internazionali.

Fare sul serio, avere vista lunga e lavorare per il bene della comunità è il terreno su cui si possono incontrare i lavoratori portuali, le imprese del settore, le istituzioni pubbliche responsabili e tutti i cittadini che vivono sulla gronda lagunare.

Su questa importante sfida chiameremo a breve a un confronto con una iniziativa pubblica cittadina.

Giampietro Pizzo

Venezia Cambia

Un’Altra Città Possibile

Porto di Venezia

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